Saliscendi

Per chi passa solo di qua: sono ancora viva. Ultimamente ho scritto parecchio, ma non qui, soprattutto per il MomCamp e per altri progetti. Una volta finite le corse dell’evento sono stata travolta da una serie di incidenti strani – strana la successione, la coincidenza.

Prima degli ex amanti, vecchi amici, perfino un ex terapeuta, tutti a scrivermi, uno dopo l’altro, che si ricordano di me, che mi vogliono bene, che sperano tutto proceda per il meglio, che posso scrivere quando voglio, che gli manco. Poi faccio un piccolo incidente in macchina (pioggia, buio, pessima illuminazione, rotatoria, gomme vecchie, etc.), fortunato perché non c’era nessuno per strada e quindi la macchina è stata dal meccanico solo tre giorni. Poi prendo la macchina di mio padre per poter portare le bimbe all’asilo il giorno dopo, ma fatti soli tre chilometri buco la ruota: a terra, di domenica sera. Cambiata la ruota con una decisamente provvisoria, il giorno dopo porto la macchina dal meccanico, che mette due nuove gomme.

Dopo vado a Parma, con all’andata ben 3 treni regionali su 3 puntuali, un miracolo – soprattutto perché il giorno prima c’era stato il deragliamento nella linea Bologna-Firenze, temevo il peggio. Al rientro ne prendo uno in anticipo, il secondo in tempo ma, una volta giunto a Monselice, non riparte più. Attendiamo, attendiamo, attendiamo. “Un passeggero ha avuto un malore, attendiamo l’ambulanza”, ci dicono, ma siccome passa ancora altro tempo capiamo che non può essere soltanto un malore. Dopo ci comunicano, purtroppo, che il passeggero ha avuto un arresto cardiaco ed è morto, e sono in attesa delle autorità per il rilevamento. Meno male a un certo punto decidono di lasciare in quella stazione le ultime due carroze (nella penultima c’era il cadavere) e far partire il resto del treno, con un’ora e mezzo di ritardo. Arrivo a Padova due minuti dopo la partenza del treno per Vicenza, e devo attendere un’ora per il prossimo, quindi pranzo. Arrivo a Vicenza, corro dal meccanico, prendo la macchina e arrivo giusto in tempo all’asilo a prendere le bimbe – una sudata, non vi dico!

Arrivo a casa con le bimbe e c’è la gatta primipara che partorisce, giusto in tempo vediamo uscire la prima testolina. Faccio l’ostetrica e aiuto la micia, che sforna ben cinque cuccioli.

Pochi giorni dopo, facendo un giro con le bimbe, tampono un tizio nel modo più sciocco del mondo (non lo rivelo, mi vergogno!). Lui intatto, io con un fanale rotto e un fischio strano nel motore. Di nuovo dal meccanico, questa volta la macchina resta lì per cinque giorni che ci sono anche rogne vecchie da sistemare.

Meno male le bimbe hanno finito l’asilo, non ci sono più corse da fare. Ora il lavoro aumenta di molto e sono presa per il collo, quindi mi sta bene non muovermi più di tanto. Però, caspita, che brutta stagione. Almeno riguarda solo la vita automobilistica/trenistica, il resto procede a gonfie vele.

A vele così gonfie che ho una bozza di testo tosto assai che diventa ogni giorno più impegnativo. Forse domani, forse domani.

La notte

Nice kind of night feeling, di pixel

La notte

La notte con dei corni che si muovono lontano

la notte rinchiusa in una scatola che si fa notte su quel comò in un angolo della stanza

mentre i miei occhi e soprattutto lo spazio tra i miei occhi e il mio naso si trasforma lungo una grondaia di due piani

mi sorprende e mi spaventa che sia apparso un tubo di felpa che va da occhio a occhio e non mi lascia vedere la notte che in modo confuso e fantasmagorico

ad opera di una forza venuta chissà da dove lo spazio del mio sonno è stato diviso da una parete

da questo lato non è possibile dormire e dall’altro è perfettamente possibile eppure assolutamente impossibile

la parete in realtà non è una parete ma una cosa viva che si ritorce e che palpita e questa parete sono io

con una trasparenza mai vista che mi lascia guardare ciò che accade nell’altro lato della notte

con degli spazi nei quali si può certamente dormire al riparo dei sospiri interminabili e dolenti e dei terrori che alloggiano nelle tue ossa e che ti angosciano tanto

l’altro lato della notte è una notte senza notte, senza terra, senza case, senza stanze, senza mobili, senza gente

non c’è assolutamente nulla nell’altro lato della notte,

è un mondo senza mondo affatto e per impossessarsene sarà necessario non poterlo raggiungere

- è al fianco del tuo corpo

e sta allo stesso tempo a una distanza inimmaginabile da lui.

Brano da La notte, in Percorrere questa distanza di Jaime Saenz, Crocetti Editore, Milano 2008. Traduzione dallo spagnolo a cura di Giampietro Izzo.

Avere trentatré anni e sentirli

Il mio compleanno è passato da quasi due mesi, ed è da allora che voglio scrivere, ma mi pongo sempre più domande che mi fermano – perché ogni volta che trovo una risposta questa porta con sé un’altra domanda.

Possiedo una notevole percezione del tempo, per quanto riguarda la vita quotidiana: non porto l’orologio, ma se mi si chiede che ore sono posso dirlo con un margine di errore di 5-10 minuti, anche di sabato o domenica, nel cuore della notte o a metà di una mattinata che non si vorrebbe finire – senza guardare il cellulare né il pc. Con il tempo che passa non ho problemi,  so che invecchio e non mi dispiace, anzi. Ma ecco che sorgono i primi dubbi. Questo mio quasi godimento nell’allontanarmi dal passato mi insospettisce, e mi fa pensare che ciò che voglio è in fondo non guardarmi alle spalle. È vero che sento il tempo che passa, ma sento veramente gli anni per quello che sono, per ciò che ho vissuto e non per un semplice fatto cronologico che permette di girare le pagine del calendario? E se sento qualcosa, che cosa è?

Avere trentatré anni e sentirli, mi è subito piaciuta come frase. Oggi però mi chiedo che cosa contiene questo numero, e quale effetto provoca su di me. La fatidica età della passione di Cristo, già. Dicono che ognuno ha la propria croce da portare, ma fino a poche settimane fa non ero sicura di aver capito quale fosse la mia. Ora so di averla travisata, o peggio ancora scambiata – apposta, sebbene non consapevolmente. Ora so quale è. Ma pochissime persone potrebbero intuire di cosa si tratta. Mi guardo indietro e vedo tanta gente ma non sento nessuno. E nessuno sente me.

Vedo tante teste e tante croci, tanti corpi tutti mescolati e spesso ignari dei pesi da portare e dei pesi che porta l’Altro. Un mare mosso senza bandiera rossa, senza bagnino, senza scialuppe di salvataggio. E tutti che fanno festa, come se niente fosse. E io che voglio capire.

Certe domande fanno paura perché ne conosciamo le risposte. Mi sono stancata della paura. Mi sono stancata di sentire per sentito dire. Mi sono stancata di essere così stanca. Ora esco.

wish i was here

Sole sul mare, inserito originariamente da marielademarchi.

Cosa vuol dire esplorare

Dice il Garzanti Linguistica online:

esplorare-garzanti

Esplorare non è semplice, infatti, in nessuna delle sue accezioni. Non è un’attività ai soli fini descrittivi né di mera catalogazione. Implica una notevole capacità critica che raramente si è capaci di sostenere, pur possedendola. Non basta, infatti, percorrere ogni millimetro di un luogo, di una persona, di una situazione, effettuarne una rilevazione. Bisogna scrutare il dettaglio tenendo d’occhio l’insieme, il nord, le cause, le conseguenze, le interazioni con il contesto. E quindi non solo esaminare, ma con attenzione. Con attenzione! Come se si dovesse attendere un imprevisto da un momento all’altro. Risulta indispensabile avere pronti i riflessi.

Si tende, per lo più, a prendere conoscenza di qualcosa – di un luogo, di una situazione, di una persona – percorrendola in lungo e in largo. Tanta strada per vedere tutto, per poter dire – e dire a se stessi – che non ci si è lasciati sfuggire niente, che tutto è stato appreso. Ma si è veramente appreso? Si è riusciti a cogliere cosa c’è dietro quel lungo e largo territorio, a capire che cosa ha provocato quella geografia? Raramente. Eppure è fondamentale sapere dove si appoggiano i piedi. Non si può costruire alti grattacieli in una zona sabbiosa, ma se proprio si vuole farlo è indispensabile gettare basi assai solide, in modo da supplire alla mancata funzione del suolo fermo.

La chiave dell’esplorazione sta nello sguardo, che deve coincidere con lo stato d’animo, con la presenza di spirito, con le intenzioni dichiarate – agli occhi altrui di sicuro, ma prima di tutto ai propri occhi. Lo sguardo che a volte crede di guardare la sostanza, in realtà si sta soffermando su un particolare, su un sintomo – che può avere anche un’importanza, ma metterlo a fuoco al posto di un’altra cosa ne cambia completamente la valutazione. Quando ci si muove per conoscere qualcuno o qualcosa, non si può partire guardando altrove. E se non si ha il coraggio di guardare ciò che a parole si desidera conoscere, c’è qualcosa che non va.

Guardare davvero ciò che si guarda vuol dire anche guardare se stessi. Mettere in dubbio le proprie sicurezze e convinzioni le rende più chiare e definite, soprattutto quando si va per sottrazione e si stabiliscono dei limiti. Non si può ottenere tutto, e soprattutto non allo stesso tempo, non subito. Non ci si può ostinare a non voler perdere nessun treno, perché si rischia di perderli tutti. È necessario vivere ed agire in consapevolezza e saper rinunciare.

Lo sguardo si posa dove meno ce lo aspettiamo.

Lo sguardo si posa dove meno ce lo aspettiamo.

Rinunciare a molte cose per averne poche. Ma averle sul serio. Cioè l’esatto contrario dello spirito di Natale dei nostri tempi, che consiglia il placebo dell’autocompiacimento e di tanti minuscoli miraggi di orgasmi consumistici.

Rinunciando si guadagna sempre, e tanto, ma il prezzo è altrettanto elevato e doloroso da pagare.

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