Quando sentiamo, quanto sentiamo

Una volta, quando sentivo le parole “violenza contro le donne”, pensavo a schiaffi, botte, calci, stupri. Pensavo che gli insulti, ad esempio, fossero normale prassi all’interno di liti che prima o poi capitavano a tutti. Solo negli anni recenti ho preso consapevolezza del potere distruttore della violenza verbale, anche se leggera, delle umiliazioni di solito ripetute nel tempo e logoranti. Solo negli ultimi mesi ho capito che c’è una violenza non esplicita molto difficile da disinnescare, fatta di non detto, di premure soffocanti, di gesti ambigui, di rapporti vessatori, di cecità e sordità. E solo nelle ultime settimane ho cominciato a capire quanto siamo noi, donne, le nostre stesse aguzzine. Non da sole, ma con la connivenza di un’intera società familistica che si regge in piedi grazie all’omertà.

È per paura che rimaniamo ferme, anche, o soprattutto, quando sembra che non stiamo mai ferme – in realtà non andiamo da nessuna parte, ci muoviamo per scappare dalla consapevolezza. Paura della solitudine, paura della verità, paura di aprire gli occhi e di dover vedere ciò che è evidente: che alla maggior parte della gente che ci circonda non gliene frega un corno di noi. E, ciò che è peggio, a noi stesse importa poco di noi. Preferiamo le spiegazioni consolatorie, o un’opposizione molto propagandata di fronte a un nemico esterno che ci torni comodo in quanto alibi perfetto per non guardarci dentro. La violenza, in tutte le sue forme, si alimenta di silenzio: quello della vittima che si vergogna di ciò che le è accaduto o le accade ancora, e quello di chi le sta intorno e non vuole intervenire. I panni sporchi si lavano in casa, giusto? Ma la maggior parte delle violenze hanno origine a casa, giusto? Allora i conti non tornano.

Chi si trova all’interno di una situazione di violenza, sopruso, abuso, deve fare subito una cosa: uscirne. Ma non è l’unica, e nemmeno quella più difficile, è solo l’inizio: il peggio viene dopo, quando bisogna prendersi cura di sé. Una persona che è stata “vittima” non l’ha fatto per scelta masochistica, ma per una serie di meccanismi riflessi molto radicati, che non riesce a percepire come tali e che condizionano anche il suo gesto più innocuo. Allora, quando esce dalla violenza, si sente spaesata perché perde i punti di riferimento e perché la libertà, per quanto agognata, costa cara. E se non si ritrova, ancora una volta, in una nuova situazione di violenza, se la crea da sola, internamente. Se non riceve maltrattamento se lo procura da sola.

La nostra società è piena di queste persone – anzi è proprio fatta di queste persone – e quasi nessuno se ne accorge. Tendiamo ad andare avanti nella completa indifferenza, disinteressati dell’Altro. D’altra parte, se non ci occupiamo di noi, come possiamo immaginare di occuparci degli altri? E viceversa, se non ci occupiamo veramente degli altri, non saremo mai in grado di occuparci di noi. Ciò che ci manca, più che la consapevolezza, è il coltivarla, l’alimentarla, il crescerla, il curarla come se fosse un bambino, che siamo noi. Solo che la consapevolezza ci rende contemporaneamente più vulnerabili e più forti, e queste sono entrambe cose che spaventano: la vulnerabilità ci fa sentire in pericolo (ma vivi), la forza ci fa sentire umiliati perché non l’abbiamo usata abbastanza a nostro favore (per essere vivi).

La verità è che quando siamo in mezzo agli altri preferiamo non vedere, non vederli, perché ci costringono a vederci. Preferiamo i sentimenti preconfezionati, quando è festa siamo allegri, quando è il momento di scandalizzarsi ci scandalizziamo. Provare qualcosa di autentico è troppo faticoso e doloroso e quindi ne facciamo a meno ogni volta che possiamo. L’abitudine di non mostrare ciò che proviamo, però, un po’ alla volta ci fa perdere ciò che proviamo e ciò che provano gli altri. Non siamo capaci di intercettare la sofferenza, se la intravediamo facciamo finta di niente. Passiamo per la vita, per il mondo, per le cose, senza esserci.

Allora, ricominciamo daccapo. Che cos’è la violenza? Siamo sicuri di non esserne autori?

Le mamme, la rete. Più asfissiante di così…

Si ricomincia: un po’ alla volta tutti tornano dalle ferie, riparte il solito trantran, le corse per lavoro. Riparte anche il Momcamp, o almeno così sembra: chi chiede se faremo qualcosa alla Blogfest, chi dice che bisogna prenotare la sede per quello di Roma. E io che penso soltanto “basta, non ne posso più di mamme, momcoaching, barcamp…”. E non è recente, questo desiderio, saranno almeno due mesi che rimando l’azione definitiva. Alla fine mi decido e comunico al resto della squadra che non parteciperò più a questi eventi.

Inizialmente accettai la proposta di Domitilla di partecipare al MomCamp nella squadra di organizzazione solo perché c’era un rimborso spese, importante per me perché dovevo spostarmi parecchio e con due bimbe al seguito. Lei è una cara amica a cui voglio bene, ma non avevo tanta voglia di immergermi in iniziative legate al web proprio quando cercavo di allontanarmene, tantomeno sull’argomento maternità, per me molto spinoso. Comunque mi parve di intravedere la possibilità di infiltrarmi fra le mamme del web e lanciare discorsi impegnativi, pensavo di usare il Momcamp come megafono per trattare argomenti che ritenevo urgenti.

Una volta iniziato il lavoro mi fu chiaro perché non avevo mai frequentato i siti e i forum per mamme: sono tutte monotematiche, sdolcinate, stomachevoli, amanti dell’ironia e la battuta facile, se la cantano e se la suonano solo perché femmine che hanno partorito (come se fosse chissà quale conquista, lo fanno tutti i mammiferi). O si lamentano come casalinghe disperate o sembrano strafatte di Prozac da quanto sono sorridenti e piene di cuoricini e fiocchi rosa nei loro cari blog. E tutte convinte di essere originalissime e diverse dalle altre – ad esempio mi faceva ridere il nome del sito “Vere Mamme”, che suggerisce, in modo abbastanza esplicito, che tutte le altre sono false.

Insomma, dopo un po’ decisi di introdurre elementi di discordia all’interno del blog del Momcamp, per avviare un dibattito che avesse un minimo di sostanza, quindi invitai alcuni miei conoscenti controcorrente a scrivere (ad esempio Auro, in tono scherzoso, o Marco Cavalli, con ragionamenti molto articolati e duri). Niente: o c’erano battutine o rifiuto totale. Poi durante il Momcamp fu chiaro come la maggior parte degli argomenti trattati rientrassero in ciò che amo chiamare “il bricolage della maternità”: pannolini lavabili vs. usa e getta, e-commerce delle mamme, mamme che mettono su un sito (capirai che evento), ammennicoli per rendere più semplici le operazioni di base della puericultura (tipo lo strano strumento per non far entrare lo shampoo negli occhi)…

Fu allora che pensai di colpire di nascosto, usando un linguaggio simile a quello delle adorabili mammine della rete (mi illudevo di poterlo usare per essere comprensibile), e così creai il tumblr Mammachepalle, nome nato grazie ai siti Mammacheclub e Mammacheblog (che, naturalmente, non digerisco). L’idea era prendere in giro indistintamente le mamme che mi piacevano e quelle che non mi piacevano, per vedere se così reagivano. No, nemmeno così. Battutine, sì, ma nessuna che si chiedesse che cosa c’era di vero nella critica (se c’era), nessuna si metteva in discussione. Molto presto mi stancai.

Fin qui tutto sembra a posto, niente di nuovo sotto il sole, solite dinamiche, la rete è così, ecc. Invece non c’è una cosa che sia a posto. Ho aperto Mammachepalle perché non avevo le palle per espormi e dire le cose apertamente: che le mamme in rete mi fanno pena, che la rete stessa è triste e banale, tutta questa ansia di appartenere a un gruppo, quale che sia, è patetica (lo so perché l’ho vissuta in prima persona, patetismo compreso). Perché in parte non volevo rinunciare al MomCamp, che dopo ho scoperto fonte di contatti potenzialmente utili per lavoro. Perché una parte del mio lavoro si svolge proprio in rete e così mi gioco, probabilmente, diverse occasioni – a parte non essere più alla guida del MomCamp, in realtà mi è passata la voglia di lavorare nel web in generale, sono piuttosto nauseata. Perché pensavo di annunciare Mammachepalle più avanti, con più lavoro fatto, anche se sentivo che era pericoloso, che stavo fingendo per l’ennesima volta, che rischiavo di essere falsa (e lo sono stata) e di non saper più distinguere fra realtà e finzione. Perché sono abituata a fare le cose in segretezza, in tutti gli ambiti della mia vita.

Sono stanca. Sono stanca un po’ di tutto, ma per quanto riguarda il Momcamp e dintorni, sono stanca delle mamme della rete, che credono di essere speciali solo perché usano il pc per dire le stesse cose che dicevano le nostre nonne, giusto con una parola inglese ogni quattro italiane per fare più chic e più geek. Sono stanca anche di essere mamma, e so che non sono l’unica a sentirmi così ma in pochissime lo ammetteranno. Non so nemmeno quanta voglia ho di continuare, ormai sono qui, ho due figlie, mi si spezzerebbe il cuore a vederle tristi ma io la maternità in parte la rifiuto.

In poche parole: non so cosa farmene di me, della maternità, delle mamme online (e offline), del web in generale.

E ciò che è peggio: tutto questo è normalissimo. In tanti mi diranno che non c’è niente di strano a fare un tumblr anonimo di critica a un determinato gruppo, ce ne sono tanti in rete, si fa spesso così. Tanti altri diranno che infatti ogni tot mesi il web provoca un po’ di nausea se lo si frequenta molto, basta fare una piccola dieta lontani da Internet e poi si ritorna freschi e buoni (non vi ricorda il Sert? ma no, non può essere dipendenza, questo è il web, il futuro, la democrazia digitale, blabla blabla). E infine tante mamme diranno in coro che è vero, a volte si è un po’ giù, ci si stanca dei figli, ma se vedi i loro sorrisi, che tenerezza, che meraviglia, ci vogliamo tutti così bene. Quindi finisce che sono io la persona sbagliata, tutti sono normalissimi. E forse è proprio vero: più vedo le cose che non vanno (non solo sul web) e più mi rendo conto di quanto si tratti di uno status quo che non cambierà, che sono io a dover scegliere: o mi adeguo o vado altrove. Finora mi sono adeguata e pure adagiata. Ma mi sento sempre di più un pesce fuor d’acqua. È il momento di fare qualcosa: come primo passo mi sono tagliata fuori dai social network, ora dico addio al Momcamp. La mia maternità, invece, richiederà tanto lavoro e tanto tempo, tutta la vita.

Amore dopo amore

Verrà il Tempo
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua stessa porta, nel tuo proprio specchio,
e ognun sorriderà al benvenuto dell’altro
e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato
per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,
le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. E’ festa: la tua vita è in tavola.

Derek Walcott, 1976. Traduzione italiana di Cecilia Piantanida

(via round robin editrice)

La notte

Nice kind of night feeling, di pixel

La notte

La notte con dei corni che si muovono lontano

la notte rinchiusa in una scatola che si fa notte su quel comò in un angolo della stanza

mentre i miei occhi e soprattutto lo spazio tra i miei occhi e il mio naso si trasforma lungo una grondaia di due piani

mi sorprende e mi spaventa che sia apparso un tubo di felpa che va da occhio a occhio e non mi lascia vedere la notte che in modo confuso e fantasmagorico

ad opera di una forza venuta chissà da dove lo spazio del mio sonno è stato diviso da una parete

da questo lato non è possibile dormire e dall’altro è perfettamente possibile eppure assolutamente impossibile

la parete in realtà non è una parete ma una cosa viva che si ritorce e che palpita e questa parete sono io

con una trasparenza mai vista che mi lascia guardare ciò che accade nell’altro lato della notte

con degli spazi nei quali si può certamente dormire al riparo dei sospiri interminabili e dolenti e dei terrori che alloggiano nelle tue ossa e che ti angosciano tanto

l’altro lato della notte è una notte senza notte, senza terra, senza case, senza stanze, senza mobili, senza gente

non c’è assolutamente nulla nell’altro lato della notte,

è un mondo senza mondo affatto e per impossessarsene sarà necessario non poterlo raggiungere

- è al fianco del tuo corpo

e sta allo stesso tempo a una distanza inimmaginabile da lui.

Brano da La notte, in Percorrere questa distanza di Jaime Saenz, Crocetti Editore, Milano 2008. Traduzione dallo spagnolo a cura di Giampietro Izzo.

Avere trentatré anni e sentirli

Il mio compleanno è passato da quasi due mesi, ed è da allora che voglio scrivere, ma mi pongo sempre più domande che mi fermano – perché ogni volta che trovo una risposta questa porta con sé un’altra domanda.

Possiedo una notevole percezione del tempo, per quanto riguarda la vita quotidiana: non porto l’orologio, ma se mi si chiede che ore sono posso dirlo con un margine di errore di 5-10 minuti, anche di sabato o domenica, nel cuore della notte o a metà di una mattinata che non si vorrebbe finire – senza guardare il cellulare né il pc. Con il tempo che passa non ho problemi,  so che invecchio e non mi dispiace, anzi. Ma ecco che sorgono i primi dubbi. Questo mio quasi godimento nell’allontanarmi dal passato mi insospettisce, e mi fa pensare che ciò che voglio è in fondo non guardarmi alle spalle. È vero che sento il tempo che passa, ma sento veramente gli anni per quello che sono, per ciò che ho vissuto e non per un semplice fatto cronologico che permette di girare le pagine del calendario? E se sento qualcosa, che cosa è?

Avere trentatré anni e sentirli, mi è subito piaciuta come frase. Oggi però mi chiedo che cosa contiene questo numero, e quale effetto provoca su di me. La fatidica età della passione di Cristo, già. Dicono che ognuno ha la propria croce da portare, ma fino a poche settimane fa non ero sicura di aver capito quale fosse la mia. Ora so di averla travisata, o peggio ancora scambiata – apposta, sebbene non consapevolmente. Ora so quale è. Ma pochissime persone potrebbero intuire di cosa si tratta. Mi guardo indietro e vedo tanta gente ma non sento nessuno. E nessuno sente me.

Vedo tante teste e tante croci, tanti corpi tutti mescolati e spesso ignari dei pesi da portare e dei pesi che porta l’Altro. Un mare mosso senza bandiera rossa, senza bagnino, senza scialuppe di salvataggio. E tutti che fanno festa, come se niente fosse. E io che voglio capire.

Certe domande fanno paura perché ne conosciamo le risposte. Mi sono stancata della paura. Mi sono stancata di sentire per sentito dire. Mi sono stancata di essere così stanca. Ora esco.

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