Aziende e blogger, quale rapporto?

Ultimamente si è parlato moltissimo del rapporto tra aziende e blogger: aziende con le orecchie che danno ascolto agli utenti, aziende che al minimo commento lanciano querele ai blogger, blogger che firmano lettere di solidarietà, persone che ringraziano perché così si impara. Lasciamo da parte la questione della diffamazione, che richiederebbe un post ricco di link e citazioni per illustrarla ed analizzarla a dovere (mi segno il promemoria mentale ;-) ), e soffermiamoci sul rapporto tra questi attori.

Le aziende più sprovvedute continuano a pensare con i vecchi ritornelli, dimentiche del passare del tempo. Se non sanno esattamente come funzionano le cose su internet – per quanto riguarda immagine, marketing, conversazione e altre squisitezze online – possono pure rivolgersi a un professionista. O quanto meno leggersi Internet PR. Nessuno nasce sapendo già tutto, vero? Non essere aggiornati sull’evolversi della società odierna, offline e online, non è proprio una virtù, ma diciamo che non è nemmeno un peccato così grave. Almeno non lo è se si ammettono i propri limiti e si cerca di migliorare. Sbagliare è umano, perseverare…

A proposito di questi argomenti, grazie ai cinguettii di Conversation Agent ho letto due articoli illuminanti su come si faccia attenzione alla voce dei blogger altrove, in particolare negli Stati Uniti. Il primo, via Chicago Tribune, parla del rapporto di amore/odio tra le aziende tecnologiche, in particolare dei cellulari, e i blogger del settore. Le aziende tendono a non sottovalutare i blogger:

These guys are specialists,” said Kim Titus, who oversees Samsung’s public relations in the U.S. “They don’t just know what a phone looks like. They really deep-dive into the industry—the mechanics of a particular device, the technology. These are very sharp people we’re dealing with.”

Dunque, specialisti che sanno di cosa parlano, che vanno tenuti in considerazione. Certo, non tutti i blogger sono specialisti o sanno di cosa parlano. Ma se è questo il caso, si può sempre cercare di “illuminare” il blogger anziché tacitarlo.

Bello un passaggio di un post che ai non iniziati potrà sembrare cinese:

The KT610 features a 2.4 inch VGA (yes, VG frickin’ A) display that flips up to reveal a QWERTY keyboard. It runs Symbian 9.2 and S60 3rd Edition Feature Pack 1 (we’d have preferred FP2, but what can you do) …

L’altro articolo, via The New York Times, riguarda l’agenzia stampa AP, che intende definire degli standard su come e quanto potranno citare le loro notizie i blogger – senza infrangere il copyright. A quanto pare, la settimana scorsa l’AP reagì duramente nei confronti di Drudge Retort – la parodia di Drudge Report, un sito statunitense di aggregazione di notizie – per sette notizie dell’agenzia che erano citate non solo con un link, ma anche un paio di righe di testi (da 39 a 79 parole!). Fu inviata una lettera, chiedendo di rimuovere gli elementi incriminati. Sabato scorso l’AP si è tirata indietro, dicendo che era stata troppo dura. Ora dice che preparerà delle linee guida molto chiare per i blogger: si stabilirà esattamente quanto si può citare. Le motivazioni sono anche valide: valore dei contenuti creati, copyright, meglio indicare solo link in modo che la gente possa leggere l’intero testo e non un passaggio decontestualizzato, etc. I blogger hanno detto che si decidano, così almeno si sa a cosa si va incontro se si infrange la regolamentazione. Resta il fatto, tuttavia, dell’assurdità di un eventuale denuncia perché il blogger (o nanopublisher, se preferite), ha citato 5 parole in più del dovuto.

In particolare quest’ultima diatriba ricorda un po’ la recente notizia su un curatore di blog condannato per stampa clandestina. In Italia.

Molta attenzione verso le nuove forme di condivisione dei saperi, dunque, che tanto nuove non sono più. Siamo sicuri di capire cosa sta accadendo? Le aziende, le istituzioni, le voci tradizionalmente “forti” insomma, dovrebbero aprire gli occhi. Ma non lo faranno tutte, non subito, alcune non lo faranno mai, e sarà strada in salita sia per loro che per i blogger finché non ci sarà una legislazione più chiara. Intanto gli abitanti della rete ad arrovellarci sulle nuove forme di marketing, il potere del passaparola… Ma è ancora piccola la fetta di italiani che usa la rete per decidere un acquisto, che si fa un’opinione grazie ai commenti e contenuti di altri utenti online. C’è un intero mondo offline che vive tranquillo – non si sa bene ancora per quanto tempo – ignaro dei meccanismi social di internet. Per parecchi anni il mercato continuerà a vivere a due velocità diverse, quella del mondo fisico e quella del mondo elettronico. Anzi saranno mercati diversi. Perché prendersela con chi non riesce a stare dentro a quello più nuovo?

7 Risposte a “Aziende e blogger, quale rapporto?”


  1. 1 antgri 19 Giugno 2008 alle 5:43 pm

    IO direi.. perché c’è ancora tanta gente fuori?
    Non che debbano “entrare” per forza ma.. si chiacchiera tanto di “digital-divide” e spesso si trova la risposta nell’aumento della banda… io non credo che sia tutta colpa della banda, se in Italia abiamo questo divario così marcato

    Ho avuto modo di spiegar emeglio questo concetto in un mio articolo sul mio blog
    http://antoniogrillo.wordpress.com/2008/05/21/digital-divide-davvero-tutta-colpa-della-banda-larga/

    e attraverso una mia iniziativa
    http://antoniogrillo.wordpress.com/2008/05/26/%E2%80%9Con-line-common-sense%E2%80%9D-per-rendere-la-rete-piu-vicina-agli-utenti/

  2. 2 exploradora 19 Giugno 2008 alle 9:16 pm

    Dunque, credo proprio che non sia una questione di banda, per niente. Dovremmo forse chiederci di cosa parliamo quando diciamo “digital divide”, solo così potremo trovare la risposta giusta (anzi le risposte giuste). Da una parte possiamo riferirci alla distanza che separa l’utente esperto (o il digital native) da uno che si arrangia come può, a livelli bassi senza sfruttare appieno le potenzialità della rete. Altrimenti potrebbe essere la distanza tra chi usa la rete e chi non lo fa affatto. Per colmare questa seconda distanza ci vogliono forze sovraumane, ora come ora, ma con il passare del tempo penso che si riuscirà a colmarla quasi completamente – parlo per i paesi sviluppati, ovviamente. Per colmare la prima… mamma mia, è complicatissimo, mi sa che non bastano siti progettati comme il faut, ma una cultura e un’educazione comme il faut.

    Su digital divide e tipi di analfabeti digitali ne avevo parlato in post qualche settimana fa:

    http://exploradora.wordpress.com/2008/05/29/digital-divid/

    Sono argomenti molto interessanti, di sicuro ci tornerò sopra. Grazie di essere passato da qui!

  3. 3 antgri 19 Giugno 2008 alle 10:39 pm

    Condivido a pieno la tua risposta.

    Tuttavia credo che se i servizi che sono sul Web, fossero concepiti ponendo al centro l’utente, un po’ di questo gap che divide molte persone dalal Rete, potrebbe essere eliminato.

    Non sto inventando nulla! ;-)
    E’ già nota lo User Cendered Design, che non è altro che un processo di sviluppo che pone l’utente al centro.

    In parole semplici. Inveche di delegare al programmatore di turno, che per quanto tecnico sopraffino, non ha elementi sufficienti per capire cosa l’utente vuole, sarebeb auspicabile progettare i servizi avvalendosi di esperti di ergonomia, interazione uomo-macchina, volgarmente detti usabilisti :-D

    Basterebbe questo a presentare prodotti disegnati sulle reali esigenze degli utenti!

    Non troverebbero un plebiscito ma di certo avrebbero un maggior grado di penetrazione tra le persone. In altre parole: sarebbe più facile per chi ne capisce poco; sarebbe meno ostico per chi non ne capisce nulla.

  4. 4 max 20 Giugno 2008 alle 7:13 am

    ciao mariela, grazie per aver citato aziende con le orecchie.
    il tema del tuo post è molto interessante e mi spiace non avere il tempo materiale per approfondire… ma sono certo che ne riparleremo, anche magari di persona al cowo.
    un saluto,
    max

  5. 5 Sacha Monotti 26 Giugno 2008 alle 2:40 pm

    tema interessante mi associo a max.

    concordo sul fatto che ancora per diverso tempo ci sarà un italia a 2 velocità e fino a quando non ci saranno delle vere killer application una fetta della popolazione non sarà mai veramente attratta da internet…

    lo voleta sapere qual’è, a mio modestissimo avviso, la vera killer application per far avvicinare le persone più “”online (fatta salva l’email)?
    Skype! Sia nella versione phone che (ancora di più forse) in quella video..chiedete alla mia mamma se non ci credete ;-)
    ciao e buon blog!

  6. 6 exploradora 27 Giugno 2008 alle 1:14 pm

    Ma infatti, hai ragione, Sacha. Anche mia madre e altri parenti si sono avvicinati di più inizialmente con MSN messenger, perché permetteva loro di comunicare con i cari che vivono lontano. Skype è decisamente migliore come prodotto, quindi dovrebbe essere l’applicazione per eccellenza per i non addetti ai lavori.
    Però penso che sia piuttosto ingenuo pensare che un giorno tutti saranno su internet e se la godranno pure. Non è possibile perché non siamo tutti uguali, ognuno ha interessi propri, non necessariamente allineati con ciò che è ritenuto valido, all’avanguardia. In più, come sempre, ci saranno quelli che rimangono nella periferia, completamente fuori dal giro, per motivi economici o socioculturali.


  1. 1 Moltomedia » Blog Archive » Blog, marketing e aziende con le orecchie. Trackback su 26 Giugno 2008 alle 11:43 am

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