Dunque

L’anno scorso ospitai a casa mia, per una notte, un’amica bipolare che era in fase depressiva. Aveva bisogno di un supporto per non crollare la sera e costringersi a lavorare il giorno dopo. Queste cose le ho fatte spesso fino a poco tempo fa, ora cerco di limitarmi: un discorso è aiutare, un altro paio di maniche è ignorare i propri bisogni.

Insomma, quella volta l’amica mi disse che avevo parlato nel sonno e che avevo detto, con particolare enfasi: “io mi faccio i cazzi miei!”. Proprio così. All’epoca quella frase rifletteva solo una sensazione, ora è un’urgenza, tanto più con i cambiamenti logistici di agosto. Se potessi mi prenderei un anno sabbatico in senso stretto, anche smettendo di lavorare, ma visto che non è possibile mi farò un anno diversamente socievole. Cioè vedrò pochi amici cari, preferibilmente uno alla volta e nel peggiore dei casi 3 per volta, e mi dedicherò ai miei progetti (scrittura, creatività/arte). Stop. L’idea è liberarmi di impegni e occuparmi di ciò che è importante, imparare una volta per tutte a dire di no. Anche perché il corpo reclama cure più dignitose e amorevoli, che richiedono tempo e pazienza (il ginocchio, le caviglie e altre amenità).

Ultimamente ho notato qualche sintomo non proprio entusiasmante nel mio stato d’animo e non voglio aspettare ad avere urgenza. Voglio stare bene.

Comunque dietro a tutto questo c’è un progetto che ho in mente da diversi mesi e non riesco mai a partorire. Un progetto che ha a che fare con le cose mie interne (a cui sto già lavorando) e che mi permette di staccare e di non arrovellarmi sempre sulle stesse cose, è catartico e pure utile.

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