marielita

Mi chiamo Mariela De Marchi Moyano, sono italoboliviana, ho due figlie, abito a Vicenza.

Faccio prevalentemente la traduttrice tecnica e letteraria, con specializzazione in SEO multilingue; lavoro soprattutto con lo spagnolo, l’italiano, il portoghese, e con minor frequenza l’inglese e il francese). Mi occupo inoltre di social media e progetti culturali.

Dal 2009 frequento corsi di teatro, attualmente sono parte di un gruppo di ricerca teatrale sul femminile guidato da Ketti Grunchi.

Partecipo al Laboratorio di lettura e scrittura poetica dell’associazione Artémis, faccio reading di poesia e narrativa.

Dalla primavera del 2011 frequento un gruppo di auto-mutuo aiuto per le dipendenze affettive, di cui sono “apprendista facilitatrice“, presso l’associazione Donna chiama Donna.

Come sono approdata al progetto Exploradora?

Amo scrivere e soprattutto amo raccontarmi attraverso lo scambio epistolare. Anni fa, scrivendo ad una persona con cui mi confidavo, dopo innumerevoli e larghissimi giri arrivai finalmente a un nodo fondamentale:

Dai nove ai dodici anni circa ho subito le molestie di un “amico” di famiglia, un pedofilo. Nessuno si è mai accorto di niente, nessuno ha sospettato nulla. Lui è riuscito perfino a farmi vivere la cosa come se fosse normale, facendo così che i miei criteri per misurare la realtà (quelli di una bambina, in fondo, che è stata portata a fare la donna precocemente) si spostassero di molto. Come fare a mettere nero su bianco che cosa è bene e che cosa è male? Per molti anni ho tenuto tutto sepolto, non con l’intenzionalità cosciente di non pensarci, ma semplicemente perché non c’era niente da pensareAperto un cassetto, dentro il fagotto, chiuso il cassetto. Tutto qua. Spaventosamente tutto qua. Così sono andata avanti, credendo che ero solo un po’ stramba.

Quando rilessi le mie parole, due anni dopo, ne rimasi colpita. La loro chiarezza, tuttavia, richiedeva un’impalcatura che le reggesse e le rendesse utili, affinché non finissero, anche loro, chiuse in un cassetto. Come ben sa chi cerca di lavorare su di sé, non basta la consapevolezza, bisogna allenarsi all’azione. Proseguii quindi la mia ricerca, sia diretta che laterale, di qualcosa che mi aiutasse concretamente a comprendere ciò che avevo vissuto e a convivere appieno con ciò che ero diventata.

Un po’ alla volta capii che molte delle cose che facevo mi offrivano già degli strumenti e stimoli utili per la mia avventura: teatro, gioco, lingue, neuroscienze, comunicazione, fotografia, arte, poesia… tutti questi elementi contribuirono a porre le basi della nuova creatura, anche se per diverso tempo assomigliava più a una sensazione che a un’idea intelligibile. Le cose cominciarono a essere ancora più chiare quando iniziai a frequentare un gruppo di auto-mutuo aiuto per le dipendenze affettive, presso l’associazione Donna chiama donna; man mano che mi aprivo agli altri e gli altri mi aprivano le loro vite, capivo di essere in grado di andare ben oltre i miei confini e di avere la capacità di trasformare il caos in qualcosa con senso compiuto.

Le sensazioni e le intuizioni presero forma gradualmente negli ultimi mesi, fino ad approdare in questo progetto di riflessione e ricerca sull’identità e la (ri)costruzione di sé in riferimento a esperienze di infanzia rubata.

Parlerò in parte di cosa vuol dire subire abusi nell’infanzia, certo, ma soprattutto di cosa avviene dopo, molto dopo, e di come gestirlo. I bambini abusati (non solo sessualmente) un giorno diventano grandi, ed è proprio quando cercano di avere una vita adulta che si presentano le maggiori difficoltà.

[LAVORI IN CORSO]

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