La libertà

Paesaggio da Brogliano, a Vicenza

Il 25 aprile scorso ricordavo cosa ho fatto 5 anni fa, la mia personale liberazione, per poi andare a pranzo con un bel gruppo di donne – e alcuni mariti, compagni, amanti. Il pranzo era in parte una scusa per rivederci, noi del gruppo Follia organizzata, ma il centro dell’attenzione era Mariella Fabbris, attrice che ci avrebbe raccontato storie mentre preparava gli gnocchi. La narrazione è stata il punto di partenza per la condivisione di racconti di vita che si sono intrecciati da mezzogiorno fino a quasi le cinque di sera. Tra le altre cose abbiamo parlato di Non mi arrendo, non mi arrendo!, uno spettacolo che rappresenta il ruolo delle donne nella Resistenza in Piemonte, partendo dalle testimonianze dirette delle donne che alla Resistenza avevano preso parte, rendendole protagoniste sulla scena. Quindi un 25 aprile molto impegnato! È stato bello viverlo insieme a donne in gamba che hanno lavorato molto su di sé, che hanno trovato gioia nella fatica di essere liberi e di rendere liberi gli altri.

Tutti abbiamo o abbiamo avuto qualcosa da cui liberarci, tutti abbiamo cercato la libertà. Che parolone, c’è chi ha dato la vita per la libertà, ma la maggior parte delle volte se ne parla a sproposito, senza la minima idea di che cosa vuol dire veramente essere liberi. Parlare di libertà a livello di collettività è così diverso rispetto a parlarne a proposito della vita privata del singolo? Forse l’unica differenza è che per l’individuo c’è anche il nemico interno da sconfiggere, quello che ci limita con l’alibi delle sicurezze.

Come dice Fernando Pessoa:

“La libertà è la possibilità dell’isolamento. Sei libero se puoi allontanarti dagli uomini senza che ti obblighi cercarli il denaro, o il bisogno gregario, o l’amore o la curiosità che non si addicono al silenzio e alla solitudine. Se è impossibile per te vivere da solo, sei nato schiavo”.

Così avere la capacità di bastare a se stessi, non solo per quanto riguarda la sopravvivenza materiale, è un elemento fondamentale per poter scegliere senza condizionamenti e quindi in libertà. Scegliere: non si tratta di fare ciò che si vuole, bensì di valutare le cose in autonomia e senza condizionamento, per poter poi comportarsi di conseguenza in piena consapevolezza.

Una persona che ha subito abusi sessuali nell’infanzia di solito cresce estremamente condizionata, non solo nei comportamenti, a causa delle dure esperienze che l’hanno scaraventata nella vita adulta e nella violenza, ma anche nella propria autonomia e nella possibilità di scegliere, di decidere, di autodeterminarsi. La percezione degli eventi è fortemente compromessa, grazie ai meccanismi di difesa, e la capacità di comunicare viene scardinata dalla segretezza imposta dall’abusante. Se è vero che la strada verso la libertà è in salita per tutti, chi affronta anche le costrizioni ereditate da esperienze di abuso ha bisogno della doppia trazione. E soprattutto di molta, infinita pazienza.

Dalla stalla dove eravamo riunite per il pranzo del 25 aprile c’era la vista della fotografia in alto, e si respirava aria di libertà.

2 commenti

  1. […] Ripenso al pranzo del 25 aprile, e alla libertà. […]

  2. Che belle parole, davvero.

    E poi citi Pessoa, a cui io voglio tanto tanto bene.

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